domenica 23 gennaio 2011

La demagogia liberista di Montezemolo e Italia Futura contro Tremonti e l'imprenditoria

20 gennaio 2011 (MoviSol) - Con ineguagliabile trasversalismo la ricetta liberista prova ad accerchiare l'azione politica nazionale. Pochi mesi dopo l'insediamento dell'attuale Governo Berlusconi, Emma Marcegaglia tuonò: “Il grande tema delle liberalizzazioni è stato tolto dall'agenda politica!”. In effetti aveva velocemente compreso (sicuramente prima dei finiani) che le visioni di Tremonti – più ispirate dalla tradizione storica delsistema americano di economia politica (dirigista e protezionista) – stavano frenando quelle liberiste (proprio del modello imperiale britannico).




Recentemente è intervenuto sul tema, durante una puntata di Ballarò,con Diego Della Valle ed Italo Bocchino a fargli da eco, anche il Presidente dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Antonio Catricalà, richiedendo in modo chiaro che il tema delle liberalizzazioni fosse un tema pacifico e trasversale a tutte le forze politiche. Ed anche Bruno Vespa qualche giorno fa è intervenuto nel dibattito chiedendo a Berlusconi di procedere con le liberalizzazioni. Lapo Pistelli, responsabile relazioni internazionali del PD, in un recente commento afferma: “... servirebbe oggi un bel governo a guida Mario Draghi ...”; Draghi, appunto, colui che diresse la più grande operazione privatizzatrice dell'impresa nazionale, regalando vere e proprie perle dell'economia pubblica ad interessi privati nazionali ed esteri e contribuendo a disintegrare il welfare italiano.



Nelle ultime ore, con l'articolo "Il neostatalismo municipale della Lega (e di Tremonti) e la solitudine di chi lavora e produce", Italia Futura, l'associazione fondata da Montezemolo, è intervenuta a dar man forte ai liberalizzatori-privatizzatori. D'altra parte – all'interno del sovraordinato processo di progressiva distruzione degli stati-nazionali – manca ancora qualche ultimo cespite dell'economia italiana (il sistema pensionistico, quello sanitario ed educativo, le municipalizzate ed i servizi pubblici locali) da mettere sotto le mani delle oligarchie finanziarie, e l'asse Lega-Tremonti, mentre il sistema finanziario internazionale va disintegrandosi a ritmi accelerati – con Geithner che invita gli USA [1] ad aumentare il debito pubblico ed i Paesi membri dell'UE sostanzialmente falliti – , ne sta rallentando il passaggio ai soliti Montezemolo, De Benedetti, Benetton, Della Valle, Caltagirone, ma in particolare ai gruppi bancari che operano tramite costoro! A tal proposito, si prenda a riferimento l'ultima esperienza liberalizzatrice attuata dall'ultimo Governo Prodi, che ha beneficiato nel settore ferroviario il duo Montezemolo-Della Valle, che con la loro società NTV (sostanzialmente una controllata di una serie di fondi speculativi di diritto lussemburghese [2]) andrà a fare concorrenza alle strategiche Ferrovie dello Stato. Questa concorrenza non sarà su tutte le linee del territorio nazionale, ma solo su quelle ad alta redditività (Napoli-Milano per esempio), lasciando allo Stato, e dunque ai contribuenti (compresa l'imprenditoria tanto cara ad Italia Futura e Montezemolo) la copertura di spesa delle tratte non remunerative (quelle dei piccoli paesini) ma che un paese civile non può non avere.



Così l'articolo di Italia Futura mira ad ingannare la piccola imprenditoria, giocando sulle sue obiettive difficoltà, provando a metterla contro una linea politica che in realtà la tutela più di quanto possa fare il trasferimento ai privati di settori strategici di base le cui condizioni di erogazione finiranno, in un modo o nell'altro, coll'essere peggiori, per la inevitabile pressione generata dagli appetiti profittuali. La soluzione di Italia Futura in realtà accelera il prodursi delle conseguenze negative prodotte dal sistema della globalizzazione finanziaria, dove gli interessi speculativi dominano sull'economia reale. Diversamente la linea neo-statalista municipale della Lega e Tremonti, è un tentativo di rimandare, il comunque inevitabile collasso, di un sistema economico-finanziario da rifondare attraverso una primaria riorganizzazione fallimentare ordinata, un nuovo ordine monetario internazionale a cambi fissi, il ripristino dello standard Glass-Steagall, la fondazione di sistemi nazionali sovrani di credito, ed il lancio di linee di credito nazionali a basso tasso d'interesse e lunga scadenza, per progetti infrastrutturali ed industriali ad alto tasso tecnologico-scientifico, che fungano da volano per il rilancio dell'intera economia globale. Si tratta di cose, invero, già presentate al Parlamento italiano, e passate con maggioranza bipartisan: la più volte richiamata “responsabilità”, non consiste nell'adeguarsi all'inumano e decotto sistema della globalizzazione, quanto piuttosto nel proporre e lavorare con i partner politici internazionali per la riformulazione di un modello, che proprio come lo fu quello rooseveltiano, porti a generare sviluppo per tutte le nazioni che vogliano adottarlo. O i politici nazionali ed i cittadini di buona volontà, avranno il coraggio di proporre questa ricetta larouchiana, oppure non potremo far altro che assistere impotenti al collasso degli stati-nazionali, a cui seguiranno nuovi ordinamenti di matrice autoritaria.


Claudio Giudici

Movimento Internazionale per i Diritti Civili - Solidarietà

domenica 16 gennaio 2011

FINI E IL DILEMMA DEL CENTRODESTRA

15 gennaio 2011.Fini a Messina. Tutto secondo copione. Ottima organizzazione del giro turistico-politico dell'ex terza carica dello Stato, ormai dichiaratamente leader di un partito politico che ancora non sa dove andare.
Tribunale: captatio benevolentiae dei magistrati (della serie prendete Lui , non me). Giro nell'Azienda Papardo-Piemonte: attenti aspiranti primari, precari in cerca di stabilizzazione (meno male che Fini c'è!). Teatro Vittorio Emanuele: per me a Messina comanda Briguglio e siamo amici di D'Alia (quello del patto di ferro con Buzzanca, ex delfino della DC del 2000) e Lo Monte (leggi Lombardo e Governo Regionale con il PD).Ciliegina finale, l'immancabile ossequio al grande vecchio della stampa messinese ( La Gazzetta del Sud credo non ne possa più di certe visite).

Ma su questo nulla da eccepire.Da leader politico in promozione elettorale certo non poteva essere accolto per esempio dal Prefetto, rappresentante del Governo, dall'Arcivescovo, piuttosto che dalle massime cariche istituzionali e militari cittadine.

Insomma Gianfranco si è immolato alla causa, ha rinunciato(?) alla sua carica istituzionale, ad onori e parate pur di rimanere abbracciato ai suoi fedelissimi, dando ampia dimostrazione della sua assoluta buona fede. Un pò come hanno fatto alcuni dei suoi ex colonnelli che hanno abbandonanto in fretta e furia il Governo, considerandolo ormai defunto,ma che ad un passo dal putch si sono ritrovati solo le poltrone della prima fila del Teatro Vittorio.

Anche qui nulla da eccepire si sà la strada per la libertà è fatta di gradini grandi e piccoli e di sacrifici, talvolta di piccoli insuccessi, ma di grandi speranze.

E siamo al punto: quali speranze?
Non voglio pensare alla conquista del potere da parte di pochi, poichè il tentativo dichiarato è quello di creare un ampio esercito che ha come unico obiettivo la testa di Berlusconi.
La speranza sarebbe quella di creare un centro-destra , affrancato da Silvio. dove la destra dovrebbe essere Fini.

Ma Fini la destra lo è già stato ed ha scelto di inzupparla come biscotto plasmon nel latte del PdL di Berlusconi.
Cominciamo a non capire. Senza Silvio, che ne sarà di Fini? Quando non ci sarà più un nemico(?) da combattere, vedremo la neonata DC, ex radicali, Teodem, etc etc , ancora applaudire l'ex terza carica dello Stato al Vittorio Emanule?

Credo che Fini ci avrà pensato, ed abbia una strategia ed a pensarci bene nel suo intervento a Messina l'ha pure detto: "I nostri principali obiettivi sono lavoro e legalità, che non sono obiettivi nè di centro , nè di destra,nè di sinistra"!
Eccocci serviti. La destra non esiste più ed il centrodestra è solo una formalità. Intanto il primo round in mattinata la prima fila del Vittorio ha pensato di averlo vinto: meno male che Ruby c'è!

domenica 2 gennaio 2011

La fede non si può mettere tra parentesi, il dialogo tra le religioni non è possibile

Il dialogo interreligioso in senso stretto non è possibile, è invece praticabile il dialogo fra culture che sottendono una decise religiosa di fondo. In quest’ambito anche «una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari». È quanto scrive Benedetto XVI nella lettera inviata al filosofo Marcello Pera, già presidente del Senato ed esponente politico del centrodestra, in occasione del libro di Pera dal titolo: «Perchè dobbiamo dirci cristiani».
La lettera del Pontefice è all’interno del volume. Nel testo il Papa sembra ribadire con chiarezza i termini entro il i quali può svolgersi un dialogo fra religioni differenti, su un piano che esclude la teologia e le rispettive fedi, e che si può svolgere su un piano strettamente culturale.
Una impostazione, questa, che Ratzinger aveva già manifestato negli anni passati e anche quando era cardinale non esprimendo un particolare favore alle iniziative interreligiose promosse ad Assisi sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, criticando l’idea della preghiera in comune.
Tuttavia nel corso dell’ultimo anno il Papa ha dato vita ad un inteso dialogo con il mondo musulmano e nel testo della lettera sembra chiarire in termini definitivi i limiti e le possibilità di questo confronto. Resta aperta in ogni caso la questione se tale impostazione valga ad esempio anche per l’ebraismo.
Il Papa inoltre stabilisce un legame fortissimo fra liberalisimo e cristianesimo e rifiuta al contempo l’idea di un’Europa cosmopolita riaffermando l’identità cristiana del vecchio continente.

"Di importanza fondamentale -scrive il Papa rivolgendosi a Pera- è la sua analisi di ciò che possono essere l’Europa e una Costituzione europea in cui l’Europa non si trasformi in una realtà cosmopolita, ma trovi a partire dal suo fondamento, cristiano-liberale, la sua propria identità». «Particolarmente significativa -prosegue Ratzigner- è per me anche la sua analisi dei concetti di dialogo interreligioso e interculturale. Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo». «Qui -osserva il Papa- il dialogo e una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari. Del contributo circa il significato di tutto questo per la crisi contemporanea dell’etica trovo importante ciò che Ella dice sulla parabola dell’etica liberale. Ella mostra che il liberalismo, senza cessare di essere liberalismo ma, al contrario, per essere fedele a se stesso, può collegarsi con una dottrina del bene, in particolare quella cristiana che gli è congenere, offrendo così veramente un contributo al superamento della crisi».


Benedetto XVI e mMarcello Pera
Entrambi decani dell’attività accademica, Joseph Ratzinger e Marcello Pera si conoscono da diversi anni, da quando erano rispettivamente prefetto dell’ex Sant’Uffizio e seconda carica dello Stato. Insieme, nel 2004, hanno scritto «Senza radici» (edizioni Mondadori) per mettere in guardia da un’Europa «affetta dal morbo del relativismo», da un Occidente che non si ama, «prigioniero in quella gabbia di insincerità e ipocrisia che è il linguaggio politicamente corretto».
E’ stata la comune preoccupazione per la condizione morale e storica di un «grande continente senza radici» ad avvicinare un filosofo laico e il teologo custode dell’ortodossia cattolica all’indomani della firma del Trattato costituzionale dove, dopo lunghe discussioni, non è stato inserito il riferimento specifico alle comuni radici giudaico-cristiane chiesto da Giovanni Paolo II. 
 
Le tesi contenute nel saggio di Pera e così calorosamente approvate dal Pontefice si fondano sulla convinzione che non si possa godere della libertà rifiutando la tradizione cristiana, cioè l’insieme di valori che garantisce maggiormente i diritti della persona. Né si può pensare di unificare l’Europa rimuovendo le radici cristiane perché è proprio lì che si trova la nostra identità. Quindi, è impossibile arrestare la deriva bioetica che si allarga nel mondo senza tenere conto del cristianesimo.